giovedì 30 marzo 2017

Death Note: trailer e data d'uscita per il film targato Netflix


« In fondo l'ho sempre pensato... questo mondo fa schifo. »


Improvvisamente, un quaderno cade dal cielo e finisce sulla Terra.
Un ragazzo lo raccoglie.
Sulla copertina, una scritta: "Death Note".


Questa scena mi fa tornare indietro di una decina d'anni, quando Mtv era ancora un canale di musica e il martedì sera trasmetteva "Anime Night", un appuntamento fisso grazie a cui ho sviluppato la mia passione per l'animazione giapponese.

L'anno scorso, la piattaforma Netflix ha annunciato la produzione dell'adattamento a film di "Death Note", opera scritta da Tsugumi Oba e disegnata da Takeshi Obata. La serie manga viene pubblicata dal 2003 e portata in Italia tre anni dopo dalla casa editrice Planet Manga. Dal 2016 viene inoltre creata una serie animata, formata da 37 episodi e disponibile anche in italiano.


In poco tempo e nonostante le tematiche controverse, "Death Note" diventa un fenomeno a livello mondiale, con diverse opere derivate tra cui due live action di produzione giapponese, musical e videogiochi.


La storia è incentrata sulla vita dello studente modello giapponese Light Yagami, il quale entra in possesso di un quaderno dai poteri straordinari: il Death Note (quaderno della morte), che ben presto si rivela essere una vera e propria arma.
Citando la prima regola: "L'umano il cui nome verrà scritto su questo quaderno morirà".
Affiancato dallo shinigami Ryuk, Light prende l'identità segreta di Kira e si dichiara difensore dei più deboli, iniziando ad uccidere i criminali più sanguinari per rendere il mondo un posto migliore. Le cose per lui si complicheranno, quando l'investigatore L si metterà sulle sue tracce, seguendo la scia delle misteriose morti.
Chi riveste davvero i panni della giustizia?

Contrastanti sono state le opinioni, già di fronte alla presentazione del cast: una decisione che ha fatto scalpore su tutte, è sicuramente la scelta dell'attore Keith Stanfield per il ruolo di L, in quanto il personaggio originario non ha la pelle scura.
Che ci sia l'intenzione di rendere l'opera più occidentalizzata può anche essere accettabile, ma il timore generale è che venga attuato uno stravolgimento tale da distorcere la storia creata dai due mangaka.

Pochi giorni fa, è stato rilasciato il trailer (sia in inglese che in italiano), che riporta come data di uscita il 25 agosto.



Nonostante gli insensati capelli ossigenati dell'attore, questi 55 secondi sono riusciti ad emozionarmi e incuriosirmi, come quando vidi per la prima volta l'episodio pilota trasmesso in televisione.

Non vedo l'ora di capire come Adam Wingard abbia strutturato il film e cosa verrà rappresentato, sperando che la decisione di accorpare tutta la storia in due ore (almeno, così parrebbe dalle notizie rilasciate) sia stata studiata nei minimi dettagli.


venerdì 24 marzo 2017

Visione: "One-Punch Man" di ONE e Yusuke Murata


« "Ma chi è, un eroe?"
"Con quella testa?" »


Uno degli intrattenimenti che reputo spassoso, è la visione di anime: termine che indica l'animazione giapponese.

Quello che presento è un anime divertente e godibile: "One-Punch Man" di ONE.



Titolo: "
One-Punch Man"
Categoria: Seinen
Genere: Azione, Commedia, Supereroi, Soprannaturale
Paese: Giappone
Tratto da: Manga
Stagioni: 1
Episodi: 12
Status: IN CORSO



Nato prima come web-comic, poi trasposto in manga grazie al disegnatore Yusuke Murata, l'opera del mangaka ONE segue le vicende di Saitama: ragazzo con l'ambizione di diventare un eroe.
Per raggiungere il suo obiettivo si sottopone a quello che lui definisce "assiduo e costante allenamento" che lo porta come primo risultato a perdere i capelli.
Passati tre anni, Saitama ottiene una strabiliante forza che gli permette di sconfiggere i nemici colpendoli con la potenza di un solo pugno. Ma, oltre qualsiasi aspettativa, il nostro eroe non si sente orgoglioso né avvantaggiato: inizia a nutrire sempre di più un senso di frustrazione e insoddisfazione nel non riuscire a incappare in sfide capaci di stimolarlo e farlo sentire vivo.




In un mondo in cui le città sono suddivise per lettere e gli attacchi di mostri sono all'ordine del giorno, viene fondata l'Associazione degli Eroi, gerarchicamente suddivisa per classe: chiunque passi le selezioni può vedersi riconosciuto il servizio di eroe come una vera e propria professione.
Per scampare dall'apatia, Saitama, insieme (suo malgrado) all'allievo Genos, s'iscrive con successo. Ma il ragazzo fa l'eroe come hobby e ogni qualvolta che trae in salvo la città non c'è nessuno che possa testimoniarlo. Riuscirà a mantenere il proprio posto e a scalare le vette fino ai primi posti della fantomatica Classe S?

Il lato comico della trama è dato soprattutto dagli atteggiamenti del protagonista: le reazioni poco ortodosse e la mancanza di preoccupazione di fronte ai rischi sono unite alla sua faccia inespressiva, per cui non si può fare a meno di sorridere, se non ridere a crepapelle.

I personaggi che man mano vengono presentati hanno tutti una caratteristica di spicco, per cui è facile potersene ricordare anche dopo un solo episodio.

Ho apprezzato molto il profilo di Saitama, atipico rispetto alla maggior parte dei protagonisti di questo genere. 

La prima stagione dell'anime deve essere considerata una sorta di introduzione a quella che potrebbe essere la vera e propria storia. Sarebbe interessante capire, per esempio, se la forza acquisita da Saitama è data effettivamente dai soli allenamenti quotidiani.
La seconda stagione dovrebbe uscire nei prossimi mesi, personalmente sono in trepidante attesa.

L'anime è disponibile in italiano edito da Dynit, il cofanetto è acquistabile su Amazon.

venerdì 17 marzo 2017

Recensione: "Io sono Alice" di Valentina Agosta



« Era il 1898, a Wonderland sentivamo che sarebbe accaduto qualcosa di strano, si percepiva nell’aria, il cielo aveva perso colore. Lo sentivamo addosso il presentimento che al nostro carissimo amico Lewis, era accaduto qualcosa. »



Di rivisitazioni della storia di "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Lewis Carroll ne sono state scritte molte, di generi differenti.
E' uno dei libri che più mi rappresentano, mi piace quindi leggere opere ispirate e non mancano quelle che sanno soddisfarmi.

Quello di oggi, purtroppo, non è uno di questi casi.

"Io sono Alice" è un racconto di circa una decina di pagine scritto da Valentina Agosta, che gentilmente mi ha chiesto di leggerlo e recensirlo.
La storia scorre velocemente, proprio per la sua lunghezza. Il tempo di un tè in compagnia del Cappellaio Matto.

Qualcosa d'incomprensibile sta accadendo a Wonderland, Alice e i suoi amici lo percepiscono. Un'ombra oscura incombe sul loro mondo, poco tempo rimane per comprendere come salvarsi. Di una cosa sono certi: qualcosa di terribile è accaduto al loro creatore. Ad Alice non rimane che un'unica cosa: risalire la tana del coniglio in cui anni prima era precipitata e salvare Carroll e Sottomondo.

La storia, seppur breve, ha delle intriganti premesse. Quello che però non ho potuto ignorare, sta proprio alla base. Parecchi sono gli errori grammaticali e ortografici che ho trovato, anche piuttosto gravi come i tempi verbali sbagliati. Alcuni passaggi risultano confusi, come le descrizioni messe tra virgolette come se facessero parte di un dialogo; oppure parti scritte in prima e in terza persona, nonostante il punto di vista rimanga sempre quello della protagonista. Questo, ma anche altro.

Non ho compreso il rapporto che s'instaura tra Alice ed un altro personaggio, i quali da perfetti sconosciuti d'un tratto si scambiano un bacio. Non ci sono elementi sufficienti per un'evoluzione di questo tipo, per questo ho reputato il racconto troppo poco approfondito.

Un'idea carina, rovinata alla radice.

giovedì 16 marzo 2017

Recensione: "I colori dopo il bianco" di Nicola Lecca


« Circondata dalle menzogne e attorniata dai segreti, Silke si rifugiava sempre più spesso negli stabilimenti termali di Seefeld: un'enclave di verità, una zona franca in cui uomini e donne - avvolti dal vapore mentolato del bagno turco - si dedicavano al benessere del corpo in piena nudità. Niente più acconciature o vestiti: niente più trucchi o gioielli. Alle terme di Seefeld le cicatrici, le occhiaie, le vene varicose, i seni flaccidi e la cellulite finalmente trionfavano: svelando a Silke che, per fortuna, la fragilità si trovava ovunque: e non soltanto dentro di lei. »




La perfezione non sempre calza a pennello.
A ventiquattro anni Silke, giovane ragazza che ancora non si sente donna, comprende che la bianca Innsbrouk le sta troppo stretta e decide di partire per andare lontano, alla ricerca di nuovi orizzonti.
A tentarla verso una nuova visione di vita ci pensa la città di Marsiglia, con il mare, il calore e i variopinti edifici.
La paura del cambiamento e la consapevolezza di essere sola in quel viaggio la tormentano, ma non per questo Silke si arrende: lo smarrimento iniziale si trasforma ben presto in energia positiva che la porta a scoprire un lato di sé che fino a quel momento era represso nella sua anima, dietro alla rigidità e serietà instillate dal padre.

Ad accogliere il suo dolore, la donna troverà dei personaggi particolari e unici, inaspettati ma in attesa da sempre del loro incontro. Nuovi profumi, l'esplosione di colori, abitudini a lei sconosciute la stimoleranno ad intraprende un altro tipo di cammino: quello verso la felicità e il sorriso sincero per la vita.

Spesso le coincidenze, anche quelle più spiacevoli, innescano eventi che sfuggono al nostro controllo. L'unica cosa possibile da fare è sottostare alle imposizioni oppure trovare il coraggio di fare qualcosa di azzardato ed imprevisto agli occhi degli altri e andare alla ricerca di ciò che può farci stare davvero bene.

"I colori del bianco" ha uno stile semplice e scorrevole, ma una storia intensa e coinvolgente che fa scappare un sospiro di sollievo e soddisfazione alla sua conclusione. La forza dei colori assume un ruolo importante, dopo tanti anni ad osservare una vita monotona e pallida.

Nasce il desiderio di essere un po' Silke: poter conoscere le persone che le miglioreranno la vita per riuscire a raggiungere una visione prepotentemente positiva, senza pensare subito ad arrendersi di fronte agli ostacoli, sarebbe l'ideale per chiunque sia fragile e ancora alla ricerca della giusta filosofia.

Nicola Lecca, che si definisce artigiano della parola e ancora scrive con la penna beandosi dell'inchiostro che gli colora le mani, studia i propri scritti per anni, viaggiando e conoscendo persone e sentimenti in grado di ispirarlo. I suoi libri, nonostante siano veloci da leggere, sono talmente travolgenti da lasciare addosso al lettore una seconda pelle, che rimarrà con lui per lungo tempo. Per me, "Hotel Borg" rimarrà nel cuore e nelle classifiche di sempre.
Distanziando così tanto un'opera dall'altra, è possibile notare un cambio di stile, che rimane costantemente incisivo nella mente di chi legge. Tematiche forti vengono trattate con gentilezza, precisione e sentimento, come una fiaba che nel suo incanto non manca di essere cruda e d'impatto, come lo è il mattone della realtà.

Nicola Lecca è uno scrittore italiano ancora troppo, ingiustamente, poco conosciuto, ma che silenziosamente ti entra dentro e ci rimane. Ad ogni lettura è come salutare di nuovo un caro amico.

Il libro è acquistabile in tutte le librerie e comodamente su Amazon, a questo link

mercoledì 15 marzo 2017

Cartoomics 2017: Intervista ad Andrea Cavaletto



Dal 03 al 05 marzo si è svolta a Milano la nuova edizione del Cartoomics 2017, una delle fiere del fumetto cittadine più conosciute.
Dopo due anni, finalmente, ho avuto modo di tornarci, precisamente nella giornata di domenica: l'esperienza è stata positiva e molto interessante.

L'evento che ha reso speciale il mio pomeriggio, tra gare cosplay, vestiti belli da far piangere ogni volta il mio portafoglio e fumetti che fanno sempre gola, è sicuramente l'intervista che sono riuscita a fare ad Andrea Cavaletto, uno degli sceneggiatori di "Dylan Dog" e autore di "Paranoid Boyd", serie che ho recensito poco tempo fa sul blog, nonché scrittore di diversi film.

Non capita tutti i giorni di poter stare a stretto contatto con un artista che ha saputo conquistarti attraverso le sue storie. Andrea mi ha messo subito a mio agio con il suo fare amichevole e molto alla mano. Nel corso della fiera ha dato tutto sé stesso per riuscire a soddisfare i numerosi fan accorsi allo stand della Edizioni Inkiostro per comprare una personale copia del suo fumetto e farselo dedicare.


Ringrazio nuovamente Andrea Cavaletto per tutto il tempo che ha voluto dedicarmi, rispondendo alle domande poste in maniera decisa e per il dialogo stimolante che siamo riusciti ad instaurare.


Cosa provi ogni volta che qualcuno ti chiede di rilasciare un'intervista? Sei abituato o ti imbarazza? Ti lusinga oppure non vedi l'ora di metterti in mostra?

Mi diverte. Sono un animale da palcoscenico quindi quando mi chiedono delle interviste sono ben contento di farle. Quello che mi piacerebbe è che mi facessero domande più particolari delle solite. Se c'è una domanda a cui mi sono stufato di rispondere è "Come sei nato come autore?", perché ormai l'ho detto talmente tante volte che basta cercare la risposta su Internet per saperlo.

Quali sono le sensazioni che hai provato nel gestire e vedere pubblicata una storia totalmente tua come "Paranoid Boyd" rispetto a "Dylan Dog"?

Per spiegartelo bene devo partire proprio dagli inizi. Ho esordito come autore completo per gli Stati Uniti, con una graphic novel interamente disegnata e scritta da me: "World House". Quella è stata una grandissima emozione, prima di tutto perché era il mio primo lavoro professionale, addirittura in America dopo aver ricevuto un sacco di rifiuti in Italia perché avevo uno stile "strano" rispetto ai canoni classici, derivante dall'underground.
C'è stato, però, un periodo in cui ero molto avvilito, perché non riuscivo ad ottenere quello che volevo: la pubblicazione in Italia. Ho avuto l'intuizione di inviare dall'America a qui i miei disegni e solo allora ci sono riuscito, ho avuto qualcosa da far vedere. Spesso in Italia funziona che prima bisogna farsi notare all'estero, solo dopo c'è la possibilità di essere considerati in patria.

Questo è successo anche nel cinema, la stessa emozione l'ho provata per il mio primo film, un lungometraggio realizzato in Cile: l'unico italiano in una produzione totalmente cilena. Passo dopo passo mi sono fatto valere fino a farmi notare anche in Italia.
Iniziare a disegnare per "Dylan Dog" è stata una grande emozione, perché è uno dei fumetti che leggevo da ragazzino. Era il mio mito e non credevo ce l'avrei mai fatta.
Però poi avevo bisogno, per come sono fatto io, di qualcosa che non avesse già delle pareti e fosse interamente mio. Avevo in mente questa storia da tempo, un soggetto che avevo già fatto leggere in Bonelli: "Le sette città". Con loro, però, sarebbe stata tutta un'altra cosa: più pulita e commerciale. Quando mi è stata offerta l'occasione da Edizioni Inkiostro l'ho colta al balzo: ho ritirato il soggetto che avevo lasciato in Bonelli per trasformarlo in "Paranoid Boyd". Ne sono estremamente orgoglioso.

Qual è il tuo rapporto con Edizioni Inkiostro rispetto a quello con Sergio Bonelli Editore?

Il mio rapporto è a prescindere buono con tutti: ho lavorato con un sacco di case di produzione di cinema e case editrici, dalle più piccole alle più grandi. Se c'è una caratteristica che mi appartiene è quella di essere piuttosto malleabile, mi adatto. So che c'è un certo comportamento da tenere con Bonelli e so che posso tenere un altro comportamento con Edizioni Inkiostro, tant'è che riesco a fare interviste diverse a seconda del personaggio di cui sto parlando. Se parlo di "Dylan Dog" uso un tono più professionale, invece con "Paranoid Boyd" (proprio perché è totalmente mio) mi esprimo come m'immagino possano essere le persone che lo leggono, posso permettermi di utilizzare un linguaggio "di strada".

Con questo non intendo dire che la Sergio Bonelli mi limiti, il mio comportamento è del tutto naturale, non mi verrebbe da avere un atteggiamento da "Paranoid Boyd" con "Dylan Dog" e viceversa: sono due mondi completamente diversi e io riesco ad essere un po' uno e un po' l'altro. Non sono una persona impostata, come sono invece tanti autori specie con le interviste e i propri scritti. Mi reputo un punk, anche se d'aspetto non si direbbe, ma lo sono sicuramente come filosofia di vita.

Parliamo di "Paranoid Boyd". Solitamente l'introduzione ad un fumetto è probabile venga totalmente saltata: anche se letta, è il contenuto dell'opera che rimane maggiormente impresso e di cui più si parla. A me è piaciuta molto quella che hai scritto, perché nella tua ansia e nelle altre affermazioni mi ci sono subito ritrovata. Cosa c'è di davvero autobiografico in "Paranoid Boyd"?

C'è veramente tanto di autobiografico, lo sento molto mio per quello. William Boyd ha tanto di quello che io mi sento di essere. La storia tocca tanti temi, tutti a me molto cari. Il fumetto va letto a più livelli, di base è intrattenimento anche se è la cosa che m'interessa di meno. Ho inserito mostri e demoni perché innanzitutto i disegnatori si devono divertire e poi perché sono elementi che a un lettore fa piacere vedere.
"Paranoid Boyd" è altro: è ciò che sta in mezzo al sangue e ai demoni. Ho usato parecchi specchietti per le allodole per riuscire a parlare di quello che mi sta a cuore. Io sono molto ansioso, paranoico e ipocondriaco, anche se non lo do molto a vedere sono una persona riflessiva e William è quello che io sarei se fossi lasciato totalmente allo sbando e se avessi avuto tutto un altro tipo di vita. Lui agisce come avrei agito io se mi fossi trovato nelle sue stesse situazioni. Per cui mi diverte anche portarlo allo stremo.

A questo proposito, è bello che tanti mi dicano di essere dispiaciuti che con il settimo volume "Paranoid Boyd" finisca. E' così che doveva andare e in questo sono coerente, ma non è detto che non ci possano essere dei ritorni in futuro. Potrebbe essere carino fare una storia in cui William Boyd diventa vivo e perseguita il suo autore per vendicarsi di tutto quello che gli ha fatto passare, un po' alla Stephen King in un certo senso.

Ci sarebbe un lato psicologico analizzabile, in riferimento a me che mi rispecchio in lui, ma lascio questa cosa a persone di competenza.

Rimanendo sulle tematiche che ti stanno a cuore, in "Paranoid Boyd" c'è una visione della religione controversa che trasmette messaggi forti attraverso una rappresentazione molto particolare; basti solo pensare al personaggio di Mamma Therese che fa chiaro riferimento ad una persona realmente esistita. Che rapporto hai con questo tema?

E' molto complicata questa domanda, perché gioco molto sulle cose che scrivo. Do di me l'impressione di essere ateo o addirittura satanista, ma in realtà non è affatto così. Il mio rapporto con la religione è complicato per episodi accaduti nella mia vita. Provo amore e odio nei confronti di Dio e ho messo tutto nel fumetto. Ciononostante mi reputo una persona molto credente e proprio perché lo sono così tanto sono arrabbiato con un'entità che mi ha fatto dei torti. Le istituzioni, in generale, non le calcolo minimamente, non ne ho alcun rispetto.
Non do del "maestro" a nessuno e ho difficoltà a "sopportare" i capi negli ambienti di lavoro, per quanto sappia stare al mio posto.
Fatico a rapportarmi con qualcuno che è stato messo al di sopra di me. Devo essere io stesso a capire se quel qualcuno merita di starmi sopra, discutendone anche apertamente, faccia a faccia. Non prendo come oro colato quello che mi viene detto.

La religione, per me, è la stessa cosa: la Chiesa non ha significato. Posso sembrare sacrilego e blasfemo, ma credo di essere molto più credente di tanti che vanno a sentire messa tutte le domeniche. Ho le mie idee e le porto avanti senza convincere altri a seguirle. Alla fine, turbare può tornare sempre utile. Se "Paranoid Boyd" turba è perché probabilmente è in grado di suscitare domande, chissà che risposte si possono trovare.

Sei un artista specializzato nel genere horror. Trovi che ci sia un aspetto positivo nella paura e nell'ossessione, elementi che sfrutti per raccontare storie che vengono vendute e apprezzate?

Mi trovo bene nel genere horror perché è come una casa, lo utilizzo per raccontare qualcosa d'altro. L'ho scelto perché ce l'ho nel sangue, fin da piccolo seguivo fumetti e film di questo tipo, conseguentemente è diventato un ambiente in cui mi trovo a mio agio. Non mi interessa, però, l'horror in sé nei suoi sottogeneri: splatter, mostri, slasher. Possono essere tutte cose divertenti, ma non sono il fine che mi prefiggo, nonostante siano la base da cui parto.

L'aspetto positivo è che c'è tanta oscurità in quello che scrivo, ma c'è sempre e comunque un barlume di luce alla fine.
Mi reputo nichilista, ci sono arrivato dopo tanto tempo dedicato alla scrittura. Non sopporto la società, né le persone, spesso nemmeno me stesso e questo traspare nei miei fumetti; nonostante tutto nutro, comunque, della speranza.

Anche in "Paranoid Boyd" si vede questo aspetto. Seguendo William nei suoi deliri, diventa quasi un personaggio positivo, un eroe. Il bello di questo fumetto è che a seconda del pensiero di ogni lettore la chiave di lettura è differente. Non dirò come finirà, ma certamente avrà un finale in linea con le opinioni di ognuno. Ci saranno dei colpi di scena, come ci sono sempre stati, ma in base alla sensibilità personale tutto cambia: se sei un po' William vedrai una piccola luce positiva nel buio.

Da sceneggiatore, vedresti di buon occhio un adattamento cinematografico di "Paranoid Boyd"?

Travis Fimmel, alias
Ragnar Lothbrock di "Vikings"
Assolutamente sì. Mi piace tanto l'attore protagonista della serie "Vikings", è identico a come me lo immagino. In realtà, quando è nato "Paranoid Boyd" ho preso ispirazione da un modello norvegese trovato sfogliando una rivista di moda.

Lavorando nel mondo del cinema sfrutto molto come immagine di riferimento attori veri per personaggi di mia invenzione, è utile per aiutare poi gli altri disegnatori a comprendere meglio l'idea che ho nella mia testa.

Caratteristica mia è che quando scrivo mi lascio influenzare molto da quello che sto vedendo in quel determinato momento. Le mie storie risultano realistiche anche per questo aspetto.
Sono istintivo, se mi succede qualcosa che fa scattare una scintilla, automaticamente la inserisco nel pezzo che sto scrivendo.

Ultima domanda, promesso. C'è qualche opera cardine che vorresti assolutamente consigliare?

Come fumetti "Preacher": è incredibile come Garth Ennis sia riuscito a fare una serie grottesca ma allo stesso tempo drammatica e profonda. La serie tv non è all'altezza del fumetto.
Poi ci sono i classici: Sandman, il "Dylan Dog" di Tiziano Sclavi, Watchmen.
Come personaggio adoro John Constantine, ma solo per quanto riguarda la serie classica della Vertigo. "Paranoid Boyd" è nato anche perché ero orfano di un personaggio come lui.
Adoro Clive Barker, Cormac McCarthy, Chuck Palahniuk.

C'è un po' di tutto questo in quello che faccio.


martedì 14 marzo 2017

Recensione: "Omicidi in si minore" di Davide Bottiglieri


« Quello che feriva più Ljudevit, era l’inconscia ma rifiutata sensazione che Dio, non solo non fosse che un misero spettatore, ma rappresentasse il vero e proprio mecenate che aveva commissionato l’opera. »


L'ispettore Ljudevit Alecsandri osserva da lontano l'esecuzione sentenziata, in sottofondo le urla della madre dell'uomo il cui collo ora penzola sul patibolo. Le vittime condannate lo perseguitano la notte, negli incubi privati lontani dalla pubblica piazza.
Ancora non sa che dal freddo dicembre 1780 il distretto di Cluj sarà sconvolto da una serie di omicidi inspiegabili, in grado di mettere in dubbio il suo fidato intuito. 
I paesani, condizionati da culti esoterici e mentalità arretrata e superstiziosa, non possono che trarre un'unica conclusione: il Diavolo è tra loro ed è così che li punisce. 
Mentre i più si aggrappano alla fede, Ljudevit percorre le vie scrutando ogni sguardo che incontra, cercando il barlume omicida che può porre fine al suo tormento.
Le mosse dell'assassino dissemineranno il suo cammino, come in un viaggio preciso ma criptico; quando questo sembrerà dare indizi all'ispettore, non farà altro che portarlo a perdersi nel dubbio.

Il periodo storico è ben descritto e definito, rende con successo l'idea di una realtà esasperata e imprigionata in precetti che non possono fare altro che vacillare fino a frantumarsi. Le citazioni ai passi della Bibbia arricchiscono appropriatamente una narrazione coinvolgente e dai risvolti inaspettati.

Un pensiero s'insidia nella mente, pagina dopo pagina: l'umanità è un fantoccio con fili invisibili legati alle braccia e tesi verso l'alto.

"Omicidi in si minore" di Davide Bottiglieri sarà disponibile dal 15 marzo.

Ringrazio la Les Flaneurs Edizioni per avermi fatto leggere in anteprima questo libro.

lunedì 13 marzo 2017

Recensione: "Hai conquistato ogni parte di me" di Alessandra Paoloni


« Accetta quello che ti viene offerto e fallo con un sorriso. Al resto pensa la vita. »



Nicoletta Catullo si definisce così: laureata con lode in giornalismo, scrittrice mancata e penna fidata di «Ab Urbe Condita».

Quando il direttore del settimanale per cui lavora le affida il compito di intervistare gli attori della nuova fiction italiana sulla famiglia Borgia, la donna sa di avere un'opportunità imperdibile per dimostrare il proprio talento. Sembra avere la situazione sotto controllo, fin quando sul set non fa la conoscenza di Luke Grady, l'interprete di Cesare Borgia.
Affascinante quanto sicuro di sé, l'uomo è cosciente della sua presa sul genere femminile, tanto da diventare noto alle testate giornalistiche di gossip più famose. Ma Luke è ancora un piccolo astro, da poco entrato nel mondo privilegiato delle vere stars. Attirato dall'indifferenza manifestata dalla giornalista nei suoi confronti, l'attore decide di attuare una mossa di marketing ed ingaggiare proprio lei come finta fidanzata fino alla fine delle riprese della serie tv, confidando che questa mossa possa giovare alla propria popolarità e carriera.
Messa alle strette e convinta con l'inganno, Nicol firma il contratto e si prepara ai cambiamenti che inevitabilmente sconvolgeranno la sua vita.
Quanto può essere sottile il confine tra finzione e realtà?

Probabilmente ora farò la figura della sadica, ma quando sono arrivata al punto di scoprire di questo contratto non ho potuto fare altro che ridere, divertita.
Anziché trovarmi di fronte ad un romanzo rosa dai toni seri e drammatici, un genere a me lontano come gusti personali, il libro di Alessandra Paoloni ha saputo sorprendermi, offrendo una storia frizzante ed esilarante, con un linguaggio semplice ma uno stile scorrevole.

Già in passato ho avuto modo di leggere altro dell'autrice: il fantasy "La discendente di Tiepole" e l'erotico "È te che aspettavo" mostrano differenti sfaccettature di una scrittrice talentuosa e in grado di giostrarsi bene in differenti generi.
"Hai conquistato ogni parte di me", edito dalla Newton Compton Editori, ne è l'ennesima prova.

Potete acquistare il libro in formato ebook dal 14 marzo, direttamente sul sito della casa editrice oppure seguendo questo link ad Amazon.

Grazie ad Alessandra per avermi dato l'opportunità di leggere in anteprima la sua opera.


lunedì 6 marzo 2017

Recensione: "Shinigami&Cupcake" di Francesca Angelinelli


« Il fumo si avvolse in volute attorno al suo corpo, diradandosi lentamente, fino a esplodere in una nube grigia simile a nebbia, da cui uscì una creatura dalla forma umana, ma con immense ali, simili a quelle di un pipistrello, sulla schiena, il volto di un demone, con lunghe zanne e segni simili a tatuaggi neri sulla pelle grigia della guancia sinistra, e mani, armate di artigli, che stringevano una falce che risplendeva di riflessi argentei. 
"Uno Shinigami" mormorò allora Minami, sentendo il cuore che accelerava fino quasi a fermarsi e la testa che le girava, mentre le gambe, infine, le cedevano. »


Cosa accomuna gli Shinigami e i cupcake?

Questa è stata la prima domanda che mi sono posta quando l'autrice Francesca Angelinelli mi ha proposto di leggere la sua ultima fatica, un libro fantasy ambientato nella Tokyo contemporanea.

Lo shinigami, divinità che simboleggia la morte nella mitologia giapponese e i cupcake, deliziosi dolcetti americani, potrebbero davvero avere nulla in comune.

Così come i due protagonisti del libro, Minami e Shin, che fin dal loro primo incontro desiderano non avere l'una a che fare con l'altro.
Ma Minami, oltre che aspirante pasticcera, è una miko (definizione anticamente utilizzata per le sacerdotesse in grado di entrare in contatto con Dio); comunica con i fantasmi e finisce per trasferirsi nell'appartamento di Yurie, da poco deceduta e determinata a trovare il proprio assassino prima di passare oltre.

Ma le morti iniziano ad essere frequenti e tutte apparentemente legate dallo stesso filo conduttore.
La ragazza sarà, pertanto, costretta a prendere reale coscienza delle sue abilità e ad intraprendere un'indagine che la porterà a mettere in discussione non solo i rapporti stretti con chi le sta intorno, ma anche ricordi passati rimasti indelebili nella sua mente.

Ogni personaggio presentato è ben descritto e non mancano i colpi di scena, in grado di ribaltare totalmente delle situazioni solo superficialmente chiare.

L'amore può essere dolce come un pasticcino, ma con un retrogusto unico e particolare se accostato alla morte.

L'atmosfera della mitologia del Giappone è palpabile durante tutta la storia, che rimane godibile e avvincente fino al suo epilogo. Divertenti i riferimenti agli anime sparsi qua e la. 
Da amante dell'Oriente quale sono, non ho avuto difficoltà a stare al passo con la ricca terminologia specifica. Ma la scrittrice, intelligentemente, ha inserito alla fine del libro un glossario completo ed esauriente per fare in modo che tutti potessero apprezzare l'opera.

La caratterizzazione di Minami è probabilmente l'elemento che più mi è piaciuto: impacciata e timida da un lato, ma coraggiosa e determinata (e testarda) nel momento del pericolo.
Non ci sono situazioni da classico in cui il principe salva la principessa, ma è la principessa a salvarsi da sola e a tirare fuori dai guai il principe. 
Caratteristica non più così tanto originale, ma comunque da non sottovalutare. Sicuramente può essere solo un bene leggere sempre più storie in cui la donna è in grado di essere indipendente nonostante sia innamorata e abbia un uomo forte al suo fianco. Chi vuole intendere, intenda.

Adorabile l'idea di presentare, su fogli scritti a mano e scansionati, le ricette dei cupcake preparati dalla protagonista. 
Sono una frana ai fornelli, ma devo assolutamente provare a cucinarli.






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