martedì 15 dicembre 2015

Recensione: "Questione di gusto" di Fleur Du Mar


« Odiavo i tacchi alti e al tempo stesso non riuscivo a farne a meno, un po' come il mio insensato rapporto con l'amore, perennemente in bilico tra il desiderio d'essere amata e venerata come le protagoniste dei romanzi che ero solita leggere, e la determinazione di imbrigliare le passioni in aridi stereotipi. »

Ho conosciuto Fleur du Mar qualche anno fa su un famoso sito di pubblicazione di storie. Il suo racconto "Bruciare" mi rapì completamente, forse l'unica storia a rating rosso che mi sia davvero piaciuta.

La protagonista di "Questione di gusto" è Laura de Santis, una donna in carriera che vive nel suo rigido e preciso mondo: capelli legati accuratamente, tacchi alti e divisa per andare al lavoro, ma soprattutto lontana da emozioni troppo forti. Lei definisce la sua vita tranquilla e pura e solo al fidanzato Richard è permesso fare una piccola breccia nella sua fortezza inespugnabile, rispettando comunque le sue regole e i suoi spazi.

Per una scelta fuori dall'ordinario, un giorno si scontra con l'attraente Erik Tesia, un nuovo vicino d'appartamento. Fin da subito la differenza tra i due è ben definita: se la prima vive la vita secondo rigide impostazioni, l'altro ama viaggiare e vivere avventure, affronta la vita giorno per giorno, spensierato e libero come i suoi genitori gli hanno insegnato.

Il loro è un rapporto d'odio istantaneo, perché entrambi incapaci di comprendersi. Ma Erik è sempre più determinato a far uscire Laura dalla prigione che le è stata costruita intorno, a farle assaporare la vita in ogni sua sfaccettatura.

Ecco, la parola chiave è proprio "Assaporare". 

Laura è vegana dalla nascita per una scelta imposta dalla madre. L'obiettivo del "Maori" sarà quello di far risvegliare i sensi atrofizzati della donna attraverso il cibo. In che modo? Leggete e scopritelo; non siate prevenuti, né troppo maliziosi: potreste sbagliarvi del tutto.
Sicuramente questo viaggio gastronomico delicato e sensuale porterà la protagonista a cambiare la sua vita e a liberarsi, finalmente, dalle catene di un misterioso passato. 

Solitamente non sono attirata da questo genere di storie. Ma Fleur ha dalla sua uno stile di scrittura semplice e scorrevole e una storia anch'essa semplice ma godibile. Mi sono ritrovata in diversi momenti ad emozionarmi e quando l'atmosfera si faceva calda non nascondo di aver provato qualche brivido. Sì, in un romance è prevedibile qualche scena "intima", esattamente come capita qui. Ma le descrizioni non sono per nulla dirette e al limite dell'imbarazzo (per non dire orrore, senza citare particolari opere), sono dosate al punto giusto, come gli ingredienti di un'ottima ricetta.

Ringrazio Fleur per aver fatto uscire, di nuovo, quel briciolo di femminilità che ancora alberga in me.


Potete acquistare "Questione di gusto" al seguente indirizzo.


martedì 1 dicembre 2015

Recensione: "Lùmina" di Linda Cavallini e Emanuele Tenderini



« -Hai paura?
-No, credo di no. Anche se non avevamo mai interferito con altri universi a questo livello. Trascinare un essere vivente nella nostra dimensione potrebbe essere molto pericoloso!
-Ne siamo consapevoli... tuttavia non ci sono alternative! »




Finalmente riesco a dedicare tempo meritato per un'opera che fin da prima della sua pubblicazione ha suscitato in me molta curiosità.


"Lùmina" è un progetto indipendente, nato dalla mente e dal talento di due autori già avviati nel campo dell'editoria, che deve vita e successo al crowdfunding su Indiegogo dello scorso anno. 

La principale particolarità, quella che sicuramente attrae e seduce la vista, è la tecnica di colorazione sperimentata da Tenderini stesso, l'Hyperflat, che si amalgama perfettamente con il tratto delicato e fluido della Cavallini.

Kite e Miriam sono due fratelli, l'uno più vivace ed estroverso dell'altra, orfani di genitori ma che da un'esperienza drammatica come questa hanno trovato la forza di rimanere uniti. Tornando a casa dopo una giornata di scuola, si ritrovano in un mondo completamente diverso dal nostro: Lùmina. L'atterraggio non è dei migliori, i due ragazzi si trovano in mezzo ad uno scontro incrociato tra creature tanto diverse d'aspetto quanto di ideali. Ben presto scoprono di essere i "Portatori" del Fej Farok, una divinità in grado di viaggiare tra le dimensioni. 


Purtroppo, quello che si evince dal volume, è che la storia sia solo un'anteprima di quello che, probabilmente, dovrà essere effettivamente. Si arriva velocemente alla fine e tanti sono gli interrogativi che rimangono. 


Solo per questo, il fumetto è un po' debole di contenuti; la sola forza è, come già detto prima, la qualità del disegno e delle pagine.

Considerando il successo che ha avuto, Cavallini e Tenderini hanno la sicurezza di un'idea vincente e che piace. Ci auguriamo, a questo punto, che sviluppino velocemente il mondo che hanno in testa, per portarlo su carta e mostrarcelo.

sabato 28 novembre 2015

Recensione: "Io non ti conosco" di S.J. Watson


« Ho paura, ma c'è anche qualcos'altro. Eccitazione. Lo stomaco va su e giù, sento sulla lingua la scarica metallica dell'adrenalina. Non ho più scuse: è qui, siamo nella stessa città. [...] Potrei scoprire cosa sa. Se conosceva mia sorella. »

Julia Plummer è convinta di avere il totale controllo della propria vita.

Suo marito, Hugh, la ama e la rispetta nonostante un passato tumultuoso e suo figlio, Connor, le vuole bene, anche se l’età dell’adolescenza scalpita per prendere il sopravvento.

Connor è il figlio di sua sorella Kate, concepito in età adolescenziale, affidato alla coppia proprio dalla donna, la quale non si è sentita in grado di far crescere un neonato. Ma è ormai un po' di tempo che da Parigi si è fatta sentire proprio per questo motivo: vuole che Julia le restituisca Connor, le spetta di diritto.


La notte successiva all'ennesima discussione, Kate viene trovata morta in un vicolo.
Julia non si dà pace, sa che la polizia non indagherà mai davvero a fondo. Così, decide di farsi giustizia da sola e trovare il colpevole da sé: si iscrive al sito d’incontri che frequentava Kate, entrando inevitabilmente a far parte di quel mondo oscuro, spesso sottovalutato, delle relazioni on-line.

Julia sarà costretta a rendersi conto di non essere la donna che ha sempre pensato d’essere. Imparerà a conoscere una nuova sé stessa, capace di fare cose che mai si sarebbe sognata di fare.

Ma siamo proprio sicuri che la persona che sta dall'altra parte dello schermo sia davvero chi dice di essere?

Ho conosciuto Watson quando uscì nelle librerie il suo primo libro: “Non ti addormentare”. Sono rimasta subito colpita dal suo modo di narrare, semplice e pulito. Le storie raccontate in prima persona tendono sempre ad annoiarmi, ma lui è riuscito a tenermi incollata alle pagine dall’inizio alla fine, in entrambi i casi.

“Non ti addormentare” è stata una storia incredibile, ma con “Io non ti conosco” direi che questo scrittore ha davvero superato sé stesso, entrando a far parte dei miei autori preferiti in assoluto.
Di thriller non ne leggo molti, ma posso sicuramente affermare che S.J. Watson sia folgorante. Non mi viene in mente termine migliore per descriverlo. È riuscito a creare delle storie avvincenti, da tenere col fiato sospeso e da far sentire i brividi lungo la schiena.

Inizialmente si potrebbe pensare che siano storie banali, facili e dal finale intuibile. Il lettore si convince, riga dopo riga, di aver capito subito dove l’autore voglia andare a parare; ma non capisce che in realtà è l’autore stesso che proprio in quel momento lo sta ingannando, più e più volte. Watson è in grado di prendere le deduzioni del lettore e di stravolgerle, sconvolgendone la mente fino al finale.

“Io non ti conosco” è una storia che non ti aspetti. Di primo impatto può sembrare il classico libro con il delitto da risolvere. In realtà, nasconde in sé una storia ben più profonda e tormentata, fatta di inganni, vendette e ricatti. Vuole essere, a parer mio, anche una denuncia verso le chat d’incontri, che spesso portano a forti delusioni oppure, nei casi peggiori, a fatti di cronaca nera.

Un esempio televisivo è la serie “Catfish – False identità” trasmesso su Mtv e diretto da Nev Schulman , vittima di una donna che lo ingannò facendogli credere di essere un'altra persona.

A Watson non servono molte descrizioni per inquadrare gli eventi e i personaggi vengono, nonostante ciò, caratterizzati alla perfezione. L’unico difetto che purtroppo è doveroso sottolineare è la quantità spropositata di refusi ed errori grammaticali della traduzione italiana.


Se siete amanti del genere, ma anche se non lo siete affatto, troverete in “Io non ti conosco” una storia meritevole, da cui difficilmente ne uscirete delusi. 

Personalmente,da quando Watson mi ha conquistata, avrei bisogno di almeno un suo libro al mese.

martedì 24 novembre 2015

Recensione: "Gala Cox - Il mistero dei viaggi nel tempo" di Raffaella Fenoglio


« No, non era possibile che stesse succedendo davvero. A me, poi. E dire che non ero una impreparata a questo genere di situazioni. »


Attenzione: la seguente recensione potrebbe non essere esente da spoiler. Invito i lettori a leggere con cura.

È un gran dispiacere parlare di un libro quando non ha soddisfatto le proprie aspettative.

Il libro della Fenoglio si presenta come una storia fantasy, con qualche elemento steampunk e dalle tinte vittoriane di una Londra ormai dimenticata. Un viaggio nel tempo, di quelli veri, tra misteri, spiriti e omicidi.

Le premesse sono positive, la copertina attira; bello pensare che spendendo  14,90 si ha tra le mani un buon prodotto, di ben 485 pagine.

Insomma, non potevo chiedere di meglio.

La protagonista è Gala Cox Gloucestershire, ragazzina quattordicenne alle prese con uno dei periodi più difficili che le siano mai capitati. Suo padre è scomparso il giorno successivo ad un’animata discussione; senza dire nulla è andato via, lasciando la figlia in preda ai sensi di colpa.

L’anno prima la sua migliore amica, Nadia, è morta tragicamente. Gala si ritrova quindi sola, troppi sono i ricordi legati alla vecchia scuola, così decide di cambiare. Frequenta il liceo artistico, ma ama le materie tecniche e scientifiche, l’ingegneria, ed è affascinata dai lavori del padre. Qui conosce Dennis, coetaneo e compagno di classe, ragazzo estroverso e loquace, fin troppo.
Gala è restia a creare nuovi legami, la sua vita si concentra sulla giornata scolastica e nella villa in cui abita. Nella sua stanza, tra allevamento di formiche e progetti da realizzare, si sente al sicuro. Lontana dal dolore e dai ricordi.

La madre di Gala è una medium; evoca gli spiriti e comunica con loro. Non è una sorpresa per la protagonista ritrovarsi perfetti sconosciuti, di varie epoche, gironzolare nei corridoi. Specie dal momento in cui la sua tata è proprio uno spirito: Matunaaga, il maggiordomo indiano, e Ildegarda di Bingen, monaca benedettina e governante bacchettona.

Ma quando nella sua stanza si materializza proprio la sua amica morta, rimane spiazzata per la sorpresa. Ora Nadia è una usqead: uno spirito che viaggia nel tempo e che prende il posto di persone che muoiono prima che il loro destino sia segnato. Adesso, infatti, vive nella Londra del 1889 nei panni di Edvige, una ragazza morta a causa di Black Coat, una sorta di Jack lo Squartatore. L’amica ha bisogno di aiuto ed è proprio a Gala che si rivolge; così, insieme, tornano indietro nel tempo.

Fin qui, sembrerebbe tutto chiaro ed avvincente, ma è anche da qui che iniziano i problemi. Innanzitutto, il motivo per cui Gala viaggia nel tempo.

Edvige chiede all’amica di venire nel passato per aiutarla a risolvere un problema di eredità. Lei vuole avere i soldi di un parente defunto per poter fare una vita agiata, ma Mr Roberts ha tutte le intenzioni di impedire che ciò avvenga. Edvige chiede aiuto a Gala soltanto perché lei tiene in ordine la contabilità di sua madre e di conti e calcoli se ne intende.

Personalmente, trovo questo pretesto per l’avvio della storia un po’ debole, tirato per i capelli. Considerando che l’effettivo problema viene alla fine risolto da un facoltoso avvocato, l’unica persona a cui fin da subito ci si deve rivolgere.

Passiamo al punto successivo: il corso degli eventi. Lo stile di scrittura è semplice, grammaticalmente non c’è nulla fuori posto. Ma spesso ci sono parti descrittive, fin troppo descrittive; Raffaella si sofferma su particolari che non danno nulla in più alla narrazione, anzi. Invece di arricchire si ha come effetto il rallentamento generale della storia e la mancanza di colpi di scena. Facendo presente la grandezza del libro, solo nell'ultimo centinaio di pagine si ha la vera e propria azione: concentrata alla fine, con la conseguenza di arrivare alla risoluzione dei misteri frettolosamente. Il percepito è che la scrittrice, ad un dato punto, si sia resa conto di dover concludere il libro in breve tempo e che quindi sia stata incapace di gestirlo al meglio, anche se sua creazione.

Uno degli avvenimenti importanti, è la scoperta dell’identità di Black Coat. Dovrebbe essere un momento di sorpresa e shock; oggettivamente il personaggio in questione era l’ultimo a cui si potesse pensare. Ma a quel punto ero talmente esausta e spazientita che la rivelazione mi è totalmente scivolata addosso senza emozionarmi. Per non parlare della successiva morte di questo antagonista, risolta in quattro e quattr'otto nel giro di un paio di capitoli:
Capitolo 60: Black Coat è vivo.
Capitolo 61: Totale cambio di scena.
Capitolo 62: Nelle prime righe, Gala chiede a Dennis che fine avesse fatto Black Coat. Lui semplicemente le risponde che si è buttato nel Tamigi, che ha aspettato un po’ di tempo che riemergesse, senza risultato.

Altro difetto è stata l’incapacità di identificarmi nella protagonista. Gala è piena di debolezze e passa tutto il tempo a lamentarsi dei suoi difetti e delle sue incapacità, ma al contempo dimostra una spiccata intelligenza e attimi di indomito coraggio.

Posso ipotizzare che sia la differenza di età che ci separa a non farmi calare per niente nei suoi panni. Non che io non abbia problemi, ben inteso.

Mi ha ricordato molto Nina, la protagonista della saga per ragazzi “La bambina della Sesta Luna” scritta anni fa da Moony Witcher. Semplice, con storie corte soprattutto. Che danno al lettore gli elementi essenziali per continuare ad andare avanti. Custodisco le sue avventure con affetto, memore che le lessi proprio a quattordici anni e che quindi riuscii perfettamente ad immedesimarmi.

Ad ogni modo, lentamente, si arriva all'epilogo. È subito chiaro che tante cose si siano risolte, ma che ben altre siano rimaste in sospeso. Dopo 68 capitoli il padre ancora non è tornato e solo in quello precedente a Gala è stato rivelato qualcosa su ciò che è realmente. È proprio in questo momento che, trovata la sabbia giusta, la bambina riesce ad attivare il meccanismo dell'Ecbàtana, il congegno che permette la reazione spazio-temporale, e finalmente compare lui, Sam Gloucestershire. Per brevi attimi, dopo qualche saluto, annuncia che ha ancora del lavoro da svolgere e senza altre spiegazioni, scompare di nuovo.

Gala in quel momento, costernata dall'incredibile avventura, decide che è arrivato sul serio il momento di crescere e di dare uno strappo al passato, per quanto doloroso potesse essere.

Sapere che la storia non fosse conclusa è stata la delusione più grande. Per quanto mi riguarda, il viaggio finisce qui, non sono per nulla invogliata a continuare e leggere il seguito.

Potevi essere un capolavoro, Gala Cox.

Ma per me non è un mistero che sia stata, purtroppo, una perdita di tempo.

martedì 17 novembre 2015

Recensione: "Niourk - Il bambino nero" di Olivier Vatine


« All'epoca credevo ciecamente ai poteri della collana del vecchio... a quelli dei morti... e credevo agli dèi. »

Una pura, piccola perla.

L'opera del francese Olivier Vatine non può essere definita altrimenti. Commento contrastante, rispetto a ciò che viene raccontato in questa storia, impregnata di aria radioattiva e puzzo di devastazione.

Nel futuro si ritornerà nel passato; ciò che rimane della civiltà terrestre regredisce all'Età della Pietra.

In mezzo al deserto, in un’ormai utopica zona a sud dell’America, è stanziata la tribù di Thoz, il guerriero più forte, di ritorno da una battuta magra di caccia. Il vecchio “Lui-che-sa” è l’unico che può contattare gli dèi e chiedere che ci sia nuova selvaggina; così parte, sapendo già che al suo ritorno il bambino nero dovrà morire: è lui  la causa delle loro disgrazie. Ma passa il tempo e il saggio scompare. Il bambino, preso da sentimenti contrastanti, decide quindi di avventurarsi da solo attraverso i monti cubani per cercarlo.


Questo è l’inizio di un lungo viaggio, alla scoperta dell’antica civiltà. Incontrerà l’orso, il suo unico amico, conoscerà i mostri della Terra, riceverà in dono il fuoco degli dèi e rimarrà incantato di fronte alla dea di pietra. Un percorso verso la salvezza. Un percorso verso “Niourk”.

Non voglio raccontare altri particolari della storia, rischierei inutilmente di dare anticipazioni esagerate. “Niourk” è un fumetto che va gustato e letto senza sapere troppo, un omaggio alla fantascienza classica in chiave contemporanea. 

Le meravigliose e colorate tavole di Vatine lasciano affascinati pagina dopo pagina, fino al commovente finale. Questo si lega ai brevi dialoghi e ai pensieri del bambino, facendo quasi trasparire una storia delicata e poetica ma che in realtà porta in auge gli errori dell’umanità, troppo impegnata ad impugnare un’arma piuttosto che stringersi a vicenda la mano e puntare verso il benessere e il progresso di tutti.

I potenti hanno sempre avuto la convinzione di sapere cos’è meglio, cosa è giusto, cosa deve essere fatto. La soluzione stavolta è nelle mani di un bambino, proprio quello che più viene odiato per il colore della pelle e l’origine, che agirà diversamente, forse nel modo più inaspettato possibile.

Ha fatto bene? Ha fatto male? Verrà giudicato, verrà criticato. Questo è ciò che di meglio si sa fare, ora.

Ma quel che importa è leggere la sua storia. Raccontarla ai più giovani. Per non dimenticare.


martedì 10 novembre 2015

Recensione: "Agorafobia" di Dario Moccia e Fubi


« ... »


Che cos'è l'agorafobia?

Il buon caro Zanichelli dà la seguente definizione:

"Paura morbosa degli spazi aperti quali piazze, strade larghe e simili."

Fin qui tutto chiaro... o forse no?


È difficile riuscire a dare una spiegazione esaustiva di certe cose, specie quelle che riguardano la psiche. Anzi, è impossibile stare al passo con gli studi legati ad essa, sempre in continuo cambiamento ed evoluzione.


Soprattutto, chi cade nel pozzo nero delle fobie non sempre potrebbe essere d'accordo con chi, nel buio, fortunatamente non si è mai ritrovato.

Ma l'arte, come in questo caso, viene in nostro aiuto.

"Agorafobia" è la quotidianità di un uomo. Senza nome, senza età, dall'aspetto solo accennato. Passa le giornate decantando gli orari dei treni in arrivo e partenza. Oggi è una bella giornata: il letto è morbido, nessun ritardo.
Il giorno migliore di sempre.
Di sottofondo, il regolare e tranquillizzante "Tu-tum tu-tum".

Basta un rumore di troppo per fargli perdere il controllo. 
Basta un ricordo nel momento giusto per scuoterlo e spronarlo ad essere di nuovo libero.

"Agorafobia" è la lettura che non ti aspetti. Non tanto per il modo in cui il tema viene trattato, quanto per l'autore di questa idea.

Chi conosce e segue il mondo di Youtube Italia, avrà sicuramente anche solo sentito parlare di Dario Moccia, il ragazzo toscano che ha creato la "Nerd cultura", diffondendo nel web le sue opinioni fumettistiche e simili. Ciò che ho sempre apprezzato di lui, oltre che la sua invidiabile capacità di esprimersi di fronte ad una telecamera, è proprio il suo modo di fare: estroverso, divertente e dalla battuta facile. Tutto il contrario rispetto a ciò che ha effettivamente deciso di creare; una sorpresa in più sicuramente gradita.

A maggior ragione, sarebbe davvero interessante poter parlare del suo fumetto con lui, per capire come mai ha deciso di fare questa storia e perché. 


Questo fumetto riesce nell'impresa di inizio articolo? Sì. In parte. 
L'interpretazione di ciò che prova il protagonista è buona, d'impatto. Ma troppo frenetica, specie nello slancio finale. Sarebbe gradito un maggiore approfondimento o degli elementi presentati al pubblico in maniera graduale, scandendo di più i tempi. Chi legge, però, rimane coinvolto e stravolto man mano che va avanti; si sente in gabbia, proprio come l'uomo, fino alla catarsi finale.

Considero "Agorafobia" come un'anteprima, un racconto introduttivo nella mente di un duo agli albori che può dare al mondo dell'editoria tanto, tanto di più. 

C'è come la sensazione che il messaggio di fondo sia: "Non avete visto ancora niente."

Prendetevi del tempo per leggere un'opera meritevole. Se vi piacciono le storie crude e psicologiche, quelle che vi danno un colpo nello stomaco, questa ne è un esempio. Soffermatevi a guardare le tavole disegnate da Fubi, dal tratto sporco, impreciso ma netto, disturbante in certi punti; perfetto per una storia impressionante come questa.

Prendetevi del tempo per comprendere. Non abbiate fretta, rifletteteci. Lasciatelo da parte, riprendetelo. Date una chance, non ve ne pentirete.





martedì 3 novembre 2015

Recensione: "Morgan Lost" di Claudio Chiaverotti



« Un cacciatore di serial-killer è lui stesso un pazzo, tormentato da incubi che cerca malamente di allontanare, distogliendo lo sguardo… come seppellire uno zombie pochi centimetri sottoterra » 



Dopo mesi di silenzio, torno sul blog per parlare di quello che ultimamente è sicuramente uno dei fumetti più chiacchierati del momento: Morgan Lost, ultima creatura della Sergio Bonelli Editore che prende vita grazie alla mente di Claudio Chiaverotti (sceneggiatore di Brendon) e ai disegni di Michele Rubini.

L’albo, "L’uomo dell’ultima notte", è uscito in edicola il 20 Ottobre e avrà cadenza mensile. Con questa storia si ha una sorta di ritorno alle origini: al contrario di Orfani o Lukas, la serie non è stata concepita in stagioni bensì su vasta scala, "Finché dura", come dichiarato da Chiaverotti.


Prima di essere un eroe, Morgan Lost è un uomo come tanti altri, proprietario di una sala di proiezione di B-Movie, felicemente fidanzato con Lisbeth. La sua vita, in una notte, cambia radicalmente. Per lui è impossibile dimenticare, perché da quel momento in poi, ogni volta che si guarderà allo specchio, vedrà sul volto una maschera nera tatuata. Diventa, così, uno dei più conosciuti cacciatori di taglie della città. Nessun potere, solo la volontà di esorcizzare i propri demoni.


Ci troviamo quindi catapultati a New Heliopolis, una metropoli selvaggia e al limite della follia, in cui le star in voga sono i serial killer, i “mostri” più crudeli del momento. Il notiziario ne presenta una carrellata su grande schermo, mentre la folla acclama e incita la conduttrice a proseguire. 
In ogni pagina l’atmosfera è fredda come la neve che cade incessante e inquietante come i tormenti che arrivano dall'oceano e che appaiono agli occhi del protagonista con tinte bianche e nere smorzate da sprazzi rossi come il sangue.

“...ma su una cosa Finker ha ragione: sono diventato un cacciatore. A volte posso sentire l'urlo della città, ed è come se ci fossi solo io... la notte... e tutti i mostri là fuori. Non esiste niente di più bello.

Le premesse per una storia thriller di successo, dai toni pulp tipici dei migliori film del genere, ci sono tutte. Rispetto ad altri personaggi Bonelli, risulta più semplice per i lettori immedesimarsi in questo uomo, armato solo di una pistola, e in questo mondo, metafora di una società sempre più in decadenza. L'attenzione non cala mai, fino all'ultima pagina; si è sempre più curiosi di scavare non solo nel passato del protagonista, ma soprattutto nel futuro, conoscere i nemici che si ritroverà ad affrontare e gli incontri all'apparenza casuali ma inevitabili. Questo primo numero lascia diversi spunti di riflessione ma anche tanti interrogativi che, possiamo avere la certezza, verranno risolti nei prossimi episodi.


Al momento siamo al fine primo tempo, ma affrettatevi a rimediare la lettura e ad accomodarvi per la seconda parte: “Non lasciarmi” sarà in edicola dal 19 novembre.

mercoledì 24 giugno 2015

Recensione: "Pioggia di primavera" di Paolina Baruchello e Andrea Rivola


« Il movimento era armonioso e nello stesso tempo deciso. Shun Mei riaprì gli occhi. Le lacrime si erano fermate. Aveva raggiunto la concentrazione. Stava praticando il Kung fu.»


Chun Yu ama lasciarsi trasportare in altri mondi dalla sua fantasia. Così, affronta la vita di tutti i giorni. Poi sua madre si ammala e viene mandata a vivere dallo zio Tang Tai, che accoglie la nipote con gioia ed emozione.

Ma il figlio del signore del villaggio, Wong la Tigre, vuole prenderla con sé con la prepotenza e fare di lei la sua sposa.

Quando per la ragazza sembra che ormai il destino sembra segnato, entra nella locanda dello zio Shun Mei, monaca guerriera del tempio di Tian Shan. Non solo la donna è intenzionata a difendere Chun Yu, ma la inizierà all'antica pratica del Kung fu, affinché possa imparare a difendersi e lottare da sola per la propria libertà.

Il cammino è difficile e la fatica si fa sentire ad ogni movimento dei muscoli, ma Chun Yu non si arrende e per diventare la guerriera che ha sempre solo sognato di essere è pronta ad affrontare il duro allenamento della sua severa maestra.

Per descrivere questa storia non servono molte parole. L'atmosfera che si respira è tesa ma viene equilibrata dalla leggerezza e semplicità che il tratto di Andrea Rivola sa trasmettere.

Direttamente dall'Italia, una nuova favola, delicata come la pioggia di primavera, si unisce alla tradizione delle storie orientali.


mercoledì 6 maggio 2015

Recensione: "Nick Banana - Gli anni segreti" di Nicolò "Nebo" Zuliani e Michele Monteleone

« Guardi, mentre lei decide se il coso è più simile a un cane di un leghista ci porta tre medie chiare e tre margherite, che tanto i menù di una pizzeria sono come una scheda elettorale, è inutile guardarli, alla fine scegli sempre la stessa roba. »


Copertina disegnata da:
Lorenzo "LRNZ" Ceccotti
Questo è Nick Banana. Lui sa chi sei, probabilmente sa di te più di quanto tu non sappia di te stesso. Nick è la teoria dei complotti globali a cui tanto sei attaccato, si nasconde dietro alle notizie sulle medicine alternative di cui sei ciecamente convinto ed è la vocina interiore che ti sussurra all'orecchio di condividere tutte le cazzate che pubblicano in giro, senza informarti davvero e inneggiando alla rivoluzione.

Ora, a 54 anni, Nick è un uomo pentito e solo.

Mentre ripensa a tutto ciò che ha perso per inseguire il suo lavoro, viene contattato dal Partito Confuso, capitanato dagli Smorty, per un importante compito: aiutarli a sconfiggere il Movimento 5 Stalle di Beppe Grullo, sempre più in ribalta.
Per portare a termine la missione, Nick sceglie "Quello giovane", "Il venditore di pentole", il sindaco di Firenze Matteo Benzi. Il cammino verso la nascita di un leader è lungo e faticoso, fatto di prove alla Arancia Meccanica, e lotte nel Tempio della Merda. Tutto, pur di eliminare l'ottusità, lasciando il posto al bene più prezioso: l'onestà.

Disegni di Daniele Di Nicuolo
Riuscirà il nostro eroe nell'impresa?

Chi già conosce e segue Nicolò Zuliani, sa bene di trovarsi di fronte ad una graphic novel ricca di divertimento e ironia, ma che non si fa problemi ad essere al tempo stesso diretta, cinica e spietata. La forza di Nebo sta proprio in questo: avere una satira senza peli sulla lingua, senza troppi giri di parole, che condanna la mediocrità e l'ipocrisia con sincerità e decisione, fregandosene dei giudizi e dipingendo il quadro del nostro paese così com'è: drammaticamente ignorante.

Il fumetto è l'apice della realizzazione di tutto questo: basti vedere la scelta "non del tutto casuale" dei nomi, il linguaggio utilizzato e le citazioni infallibili ad opere cinematografiche.

Chi invece ancora non lo conosce... si affretti a comprare il suo fumetto. E si faccia un bel giro sul blog Bagni Proeliator, perché è da lì che tutto ha avuto origine. 

Sarebbe bello essere informati sempre, sulle origini di ogni cosa.


mercoledì 29 aprile 2015

Recensione: "Dimentica il mio nome" di Zerocalcare


« Che poi la paura è la più infettiva di tutte le malattie. Basta uno sguardo perché ti si annidi dentro. E poi valla a levà, cogli antibiotici. »



Quando si è bambini, gli adulti cercano, nella maggior parte dei casi, di evitare il più possibile quel genere di situazione "scomoda" che li costringa a dare spiegazioni su situazioni complesse e grandi anche per loro. Ma prima o poi, anche l'ultimo tassello dell'infanzia lascia posto alla vita, quella fatta di responsabilità da assumersi e cambiamenti da affrontare e superare.



In quest'ultima fatica, Zerocalcare dà la sua interpretazione, con il suo inconfondibile stile, sulla rielaborazione di un lutto. Dopo la morte della nonna, il ragazzo fa un tuffo nel passato, alla ricerca delle origini della sua famiglia e si ritrova di fronte ad una scoperta sconcertante: si rende conto di non conoscerla davvero.

Chi è Iris, quale legame ha con lui? Perché il nonno è scomparso nel nulla, lasciando solo un'immagine confusa tra i ricordi?

Ogni risposta potrebbe riaffiorare, tra il mondo immaginario fatto di Cavalieri dello Zodiaco e Ken il guerriero e il mondo reale in cui la madre è distrutta dal dolore e lui deve andare avanti senza quella rassicurante e salda roccia.

Il risultato finale? Qualcosa di devastante. In positivo, si intende.

Rispetto alle opere precedenti, in "Dimentica il mio nome" c'è qualcosa di più. Pur mantenendo il solito lato divertente e umoristico, si intravede tra le righe e i disegni una maturità più consapevole e salda rispetto, ad esempio, a "Un polpo alla gola"; altra opera preferita per le tematiche trattate.


Il dolore e l'angoscia vengono espressi in maniera tagliente ed efficace, ma senza sfociare nella drammaticità. La storia lascia lo spazio giusto per la riflessione e per arrivare a capire che non è il nome a dare l'identità. Nella vita puoi avere tanti nomi, ma sono i tuoi segreti che determinano ciò che sei.

In questo modo possiamo davvero diventare uomini, crescere un po' come ha fatto Zerocalcare con quest'opera, lasciandoci trasportare tra la forza dei disegni nero su bianco e quella sola e piccola macchia arancione.

L’importante è non scordarsi di salvare la partita.

mercoledì 22 aprile 2015

Recensione: "Outcast - Il reietto" di Robert Kirkman e Paul Azaceta


« - Cos'altro poteva essere? Cos'altro fa queste cose? Cos'è che potrebbe farti ciò che è appena successo? -- Stava per ammazzarti, Kyle. Tu cosa pensi che fosse?
- Non lo so... per ora mi accontento di questo... del "Non lo so". Finché non otteniamo altre risposte. »

Ormai è un dato di fatto: nominare l'americano Robert Kirkman significa inevitabilmente fare riferimento ad una delle più acclamate opere fumettistiche presenti sulla scena negli ultimi anni: The walking dead. Ma dimentichiamoci di apocalissi e di morti che camminano e facciamo spazio a questa nuova storia a tema horror: Outcast - Il reietto. 

Se Kirkman ha sfruttato gli zombie per mostrare al mondo le bassezze e la crudeltà dell'uomo, in Outcast sono le possessioni demoniache il collante di tutto; il mistero nascosto dietro questi fenomeni, l'efficacia degli esorcismi sono tutti elementi che rendono l'atmosfera realmente spaventosa e angosciante. Il tutto gettato in un apparentemente tranquillo paesino del West Virginia.

Il protagonista, Kyle Barnes, è un uomo tormentato e dal tragico passato che vive in un piccolo appartamento cercando di tenere lontano non solo i suoi familiari, ma il paese stesso, evitando il più possibile di uscire di casa alla luce del sole.

Ma è proprio in una delle rare occasioni in cui la sorella riesce a trascinarlo fuori che Kyle incontra il reverendo Anderson che gli chiede aiuto per salvare l'anima di Joshua Austin, un ragazzino del posto. Kyle è titubante, ma sa che è l'unico che può fare realmente qualcosa. E il passato, irrimediabilmente, riaffiora.

Cosa si nasconde nella storia della sua famiglia? Qual è il dono che realmente possiede? Perché viene chiamato "Il reietto"?

Le premesse per un buon prodotto ci sono tutte, ma è necessario aspettare un ulteriore sviluppo per avere un quadro chiaro della situazione. In ogni caso, questo primo volume attira il lettore e lo invoglia a sapere e risolvere gli enigmi che ruotano attorno a Kyle Barnes.

Il contributo dato dall'abilità di Azaceta nel realizzare lo scenario ideato da Kirkman, porta ala conclusione che questo sia un duo vincente, pronto a stupire ancora e ancora gli appassionati di horror e sovrannaturale.

mercoledì 8 aprile 2015

Recensione: "Odio la magia" di Guido De Palma


« Ricordava bene quella prima volta. Erano in giardino, sotto la pergola di glicine - il suo posto preferito per studiare, forse perché era dove poteva distrarsi più facilmente. Aveva cercato di sollevare il libro usando i suoi poteri, ma non c'era riuscita subito. Per lei la Magia era una cosa nuova, aliena. Allora non ne capiva l'importanza. »


Dal mondo degli autori emergenti, presento al mondo letterario Guido De Palma, che debutta sugli store online con il suo primo racconto: “Odio la magia”.

Prima di qualsiasi approfondimento, è necessaria una breve ma importante premessa: quella che ci si appresta a leggere è una storia introduttiva della dilogia intitolata “Ankan Saga”, di prossima pubblicazione.

“Odio la magia” è disponibile gratuitamente dal 28 marzo su Amazon.

Quando ci si approccia al genere fantasy, la prima cosa che probabilmente viene in mente è una realtà in cui la magia esiste e può essere utilizzata. Chi ha un minimo di immaginazione e ama perdersi nei suoi meandri , avrà sicuramente fantasticato e desiderato di essere un mago e semplificare ciò che, umanamente parlando, è difficile se non impossibile da realizzare.


Elydia è una maga, ma fin dalla tenera età odia il suo Dono. Nonostante questo viene affidata al Mago Falibor affinché le faccia da maestro e la introduca nel mondo dei Maghi. Più il tempo passa, più Elydia si rende conto di quanto l’uomo sia importante per lei: non le insegna solo la Magia ma anche essere una donna.


La ragazza quindi si lascia trasportare dai sentimenti, nonostante le relazioni tra maghi siano proibite da secoli. Questa è la prima delle quattro storie d’amore che vengono raccontate. Quattro storie al limite della tragicità che porteranno Elydia a conoscere il vero amore dal quale verrà concepito un figlio. Si scopre così che il reale protagonista è proprio il bambino che dovrà nascere: Ankan, destinato al compimento di un’antica profezia.

Rimanendo sul pezzo, punti di forza e debolezze si contrastano ed equilibrano. La scrittura di De Palma è semplice e  lineare; le descrizioni, per quanto brevi, danno gli elementi basilari al lettore per proseguire nella lettura. Alcuni passaggi narrativi sono però un po’ troppo frettolosi e sbrigativi e rendono la storia e il susseguirsi degli eventi leggermente scontato.

L’interesse nell'approfondire la conoscenza del mondo di Varda rimane inalterato, ma tanti sono gli interrogativi che ci si pone alla fine. Interrogativi che da un racconto di presentazione dovrebbero essere sanati, invece ci si ritrova a pensare che per apprezzarlo davvero sarebbe stato meglio conoscere qualche elemento in più sulla saga: un ulteriore racconto, addirittura.

In conclusione, “Odio la magia” è un testo buono ed intrigante, ma non ha l’efficacia necessaria per essere considerato un racconto introduttivo all'effettiva storia.

Non ci resta quindi che attendere con pazienza l’uscita di Ankan Saga, augurando a Guido De Palma di riuscire in una tempestiva pubblicazione e di conquistare tutti con il suo lavoro.

Per saperne di più, lascio il link al suo sito: http://www.guidodepalma.com/it/homepage/

mercoledì 18 marzo 2015

Recensione: "Level 26" di Anthony E. Zuiker


« Il cacciatore è braaavo, pensò il mostro nel suo nascondiglio. Vieni a prendermi. Vieni a farmi vedere la tua faccia prima che te la strappi via dal cranio. »

Difficilmente ho paura.

O meglio, sono una delle persone più fifone di questo pianeta, ma se c'è una cosa che mi mancava provare leggendo un libro è proprio la paura. Solitamente è di fronte a certe immagini o ascoltando particolari musiche che si entra in quello stato d'animo da: "Ok, adesso succede qualcosa, sicuro." e nonostante le previsioni ci caschi sempre, ogni volta, matematico.

Ma con un libro è diverso: per sapere come va avanti sei tu che devi muovere gli occhi e continuare a leggere parola dopo parola; e quando arrivi alla scena in cui lo spietato killer sta agendo è troppo tardi, ci sei dentro con gli occhi, i pensieri e le emozioni.


Avrei dovuto aspettarmelo, da Level 26. Insomma, basta guardare la copertina per intuire qualcosa, un minimo.


La trama di fondo è semplice: un assassino, i suoi delitti, la polizia alle calcagna.

Ma quello che si viene a scoprire subito è che "il mostro", Sqweegel, è classificato come un "Livello 26". L'FBI ha una classifica di venticinque livelli, dai criminali occasionali a quelli più spietati.

Questo uomo va oltre ogni categorizzazione, così come l'esperto chiamato a risolvere il suo caso aperto da oltre vent'anni: Steve Dark. Sa che non sarà semplice fare di nuovo i conti con il passato, riaprire porte che avrebbe preferito rimanessero sigillate, ma sa di non poter di nuovo lasciare tutto. La sua abilità di immedesimazione può portarlo finalmente a chiudere i conti con colui che gli ha rovinato la vita. Ma come si può prevedere le mosse di qualcuno che non ha un modus operandi?

Più che la storia, ad essere originale è il modo in cui viene raccontata. Ci sono dei salti, tra la mente dell'assassino e le pianificazioni della polizia, intervallati da un sito e un codice.

Il sito è realmente esistente: http://level26.com/
Inserendo il codice suggerito, il lettore può vedere la scena che ha appena visto nella propria mente.

Come aumentare l'ansia. Adatto per i deboli di cuore, come me.

In sostanza, il libro è bello nella sua semplicità, coinvolgente e intenso. Le scene sono descritte molto dettagliatamente, crude al punto giusto.

Ringrazio Zuiker, per avermi fatto passare settimane in preda al terrore nel sentire lo scricchiolio della porta della mia stanza aprirsi. Di notte. Quando tutti in casa dormono.

mercoledì 4 marzo 2015

Recensione: "Doomboy" di Tony Sandoval


« Alla fine non l'ho mai incontrato, non ho mai avuto l'opportunità di ringraziarlo per tutta l'ispirazione che mi ha dato. Mantiene la sua aura di mistero. E nessuno sa dove sia adesso, o che cosa faccia. »

D ama la musica, desidererebbe diventare una leggenda. 

Poi Anny muore e in lui si crea un vuoto incolmabile, pieno di dolore. Una voragine interiore che buca letteralmente lo stomaco svuota la sua vita, lasciandolo senza scopo alcuno e incapace di andare avanti. 

Tutto si fa buio, se non per un barlume dato dalla sua chitarra e le stelle che solcano il cielo. Da qui inizia la sua ricerca di un suono, "Il suono più bello di tutta la sua vita", nella speranza di poter incontrare di nuovo il suo primo amore e chiederle perdono.

Così nasce "Doom Boy", icona fantasma di tutti gli adolescenti. Nessuno sa chi sia in realtà, da dove trasmetta, come faccia a suonare una musica così ispiratrice. Ma diventa subito leggenda, il chitarrista misterioso di una radio pirata.

Chi avrà la fortuna di ascoltare e saper ascoltare quello che ha da dire farà un viaggio con lui, attraverso emozioni intense, creature del mare e battaglie tra dei.

Tony Sandoval sa ancora una volta trasportare il lettore attraverso una storia toccante e crudele, dai toni delicati e netti al tempo stesso.





mercoledì 25 febbraio 2015

Recensione: "La strada" di Cormac McCarthy



« Tutto bene?, chiese l'uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull'asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro. »

Il mondo è vittima dell'umanità, l'umanità è causa del suo male. Ora non c'è più vita, l'uomo è costretto a sopravvivere in mezzo alle macerie, a difendersi dai suoi simili. "Homo homini lupus", "Mors tua, vita mea". 

Ecco cos'è l'apocalisse: lo specchio di un animale portato all'egoismo, alla crudeltà e alla ritrosia. Per avere salva la pelle non si può vendere l'anima o rinchiuderla in un quadro, ma combattere e vincere la selezione naturale nella speranza che passato l'inferno si ristabilisca un nuovo equilibrio. 

L'uomo e il bambino sono alla ricerca di questo equilibrio. Padre e figlio sono in cammino sulla strada verso un luogo dove il sole possa ancora scaldarli. Unici compagni: un carrello, una pistola, delle coperte e quel poco di cibo che riescono a trovare lungo il percorso. In fuga dalle bande di predoni che ormai di umano hanno ben poco, il padre racconta al figlio la propria vita, rievocando la madre morta diversi anni prima. Lo porta nella sua casa d'infanzia, visitano un supermercato in cui il bambino assaggia alimenti a lui tanto sconosciuti. Spesso devono nascondersi, devono combattere contro il freddo e le malattie. Ma rimangono sempre insieme, uniti dall'amore che provano l'uno per l'altro; "portano il fuoco" verso una meta senza nome, come loro, su una strada altrettanto anonima e interminabile, fino all'inaspettato epilogo.

Cormac McCarthy riduce tutto all'osso, come è giusto che sia: i dialoghi minimi, nemmeno scanditi dalla punteggiatura, le descrizioni lunghe racchiuse in frasi molto brevi. Come se anche la scrittura fosse stata danneggiata dalla catastrofe. L'insieme apparentemente povero rende preziosa questa storia semplice e ricca di emozioni.

Individuare ciò che è valido per un vero post-apocalittico è difficile, specie in un'opera dove un reale combattimento non è presente. Ma qui la lotta è lo svegliarsi ogni mattina e avere la forza di alzarsi e proseguire il viaggio; la fortuna di gustarsi un torso di mela e godere anche solo di una goccia d'acqua; la forza di non diventare come tutti gli altri che rinunciano alla ragione e si trasformano in altro. La lotta è quella fatta insieme, resistendo e sostenendosi a vicenda, con l'obiettivo comune di percorrere la strada e arrivare ad un traguardo.

mercoledì 18 febbraio 2015

Recensione: "Memorie di una Geisha" di Arthur Golden


« Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto. »

Parola d'ordine: mistero. Il mondo orientale, per noi occidentali, avrà sempre un velo di mistero. Non potremo mai davvero capirlo, ma è anche questo che lo rende così affascinante.

La geisha è uno dei simboli caratteristici del Giappone. Ognuno di noi si figura una bellissima donna, col volto truccato di bianco e le labbra di un rosso intenso e vestita con l'indumento tradizionale detto "kimono". Spesso la sua professione viene ritenuta come qualcosa di volgare, ma in realtà va ben oltre l'intrattenimento di uomini di un certo rango.
Il "gei" di "geisha" significa infatti "arti" e il termine "geisha" è sinonimo di "artigiano" o "artista". Le geishe devono imparare l'arte della dialettica, della danza e del canto; devono saper suonare uno strumento musicale e condurre una cerimonia del tè. Non tutte le donne possono esserlo, e chi lo diventa lo è perché costretta. 

Questa è la testimonianza di Chiyo, conosciuta con il nome di Sayuri, sullo stile di vita delle geishe nel periodo della seconda guerra mondiale. Dietro la bellezza di un viso simile ad una maschera kabuki e abiti preziosi e raffinati, si nasconde una realtà fatta di sacrifici e mancanza di libertà. Un mondo dove si perde lo stesso nome, la propria identità e la possibilità di scelta. Ma lei è pronta a tutto pur di poter stare un istante in più al fianco del suo amato Presidente.
Arthur Golden fa breccia nell'incomprensibilità di chi a questa mentalità non appartiene. Lo fa con decisione e precisione, ma attraverso le parole delicate di una donna così diversa da lui per mentalità e tradizioni. 

mercoledì 11 febbraio 2015

Recensione: "Le dodici domande" di Vikas Swarup


« Dopotutto, com'è saltato in mente a uno spiantato di cameriere come me di partecipare a un quiz per cervelloni? Il cervello non rientra nella lista di organi che siamo autorizzati ad usare. Noi dovremmo usare solo le mani e le gambe. »

Si chiama "Vvum", ma potremmo comodamente chiamarlo il "Chi vuol essere milionario" dell'India. Un gioco a quiz, 12 domande separano il concorrente dalla vittoria di un montepremi da capogiro. Non è semplice, ma nemmeno impossibile. C'è chi si affida all'istinto, alla fortuna, alla cultura personale. Ma è l'esperienza di vita che porta il protagonista del libro a partecipare alla corsa verso il migliaio di rupie.

Ram Mohammad Thomas, questo è il suo nome. Un nome singolare per un ragazzo cresciuto nei bassifondi di Mumbai, un nome che racchiude buona parte della sua storia. Non si sarebbe mai aspettato di finire in uno dei più popolari programmi del momento, ma di fronte ad ogni domanda che gli viene posta risponde correttamente, fino alla fine.
Dopo aver vinto Ram viene arrestato; accusato di truffa e raccomandazione. Il destino sembra per l'ennesima volta essergli contro, finché l'avvocato Smita Shah non prende le sue difese. Una donna misteriosa, ma determinata a scagionare l'innocente Ram, il quale inizia a raccontarle la sua avventurosa vita e a giustificare man mano le risposte al quiz.
Da qui vengono delineati i tratti di Salim, migliore amico di sempre, Padre Timothy, la prostituta Nita di cui è follemente innamorato, il crudele Maman. Ripercorre le piccole gioie e i grandi dolori che lo hanno portato a quel punto uno ad uno. 

Vikas Swarup mostra uno dei drammatici spaccati del paese, fatto sì di bellezze uniche ma anche di lotte tra bande e mercanti di bambini. Un libro intenso che ha ispirato il film "The Millionaire", campione d'incassi nel 2010. 

A volte basta essere nel posto giusto al momento sbagliato, fare domande e leggere notizie che apparentemente non farebbero differenza nella vita. Basta una moneta con testa da entrambi i lati come portafortuna e raggiungere i propri obiettivi con convinzione. A quel punto non importerà se si è ricco o povero, musulmano o cattolico, forte o debole. Tutte le ingiustizie subite verranno ripagate e si avrà sempre una scialuppa di salvataggio, come l'aiuto previsto dal quiz. 

mercoledì 4 febbraio 2015

Recensione: "Una bambina" di Torey L. Hayden


« Ma in questi bambini c'è di più. C'è il coraggio. Mentre la sera siamo davanti al telegiornale, a sentire di nuove, emozionanti conquiste in qualche terra lontana, perdiamo i veri drammi che si vivono intorno a noi. È un peccato, perché lì c'è più coraggio che da ogni altra parte. »

Le storie vere hanno in genere maggior impatto emotivo sulle persone. Leggere di esperienze, soprattutto drammatiche, lascia a fine lettura come una sensazione di vuoto; si è increduli di fronte a certe realtà, è difficile accettare che molte cose accadano sul serio.

Si rimane per qualche secondo bloccati nel tempo, con gli occhi sull'ultima pagina del libro in questione. Come davanti allo schermo di un computer spento, che è buio ma allo stesso tempo possiamo vederci riflessi in esso.


Torey non poteva credere che quella raccontata sarebbe stata una delle esperienze più belle, ma anche più problematiche, della sua vita. Aveva già lavorato con bambini emotivamente labili, sapeva come comportarsi. Ma quando una mattina legge di un bambino di tre anni legato ad un albero e bruciato vivo da una ragazzina di sei anni, non può immaginare che da quel momento qualcosa sarebbe cambiato.


Non passa troppo tempo prima che Sheila entri a far parte della sua classe di "bambini difficili". Non parla, ma nemmeno vuole rendersi partecipe alle attività quotidiane e se infastidita ha scatti di pura violenza. Da tutti è considerata irrecuperabile, ma la donna non si arrende. Passerà momenti di stress, di sconforto e frustrazione, ma con pazienza e determinazione farà breccia nel freddo cuore di una bambina solare e da un'intelligenza fuori dal comune. Tutto sembra andare per il meglio, finché l'insegnante scava più nel profondo e scopre orrori che avrebbe preferito non conoscere.

La scrittura è semplice e pulita, la storia lineare nei suoi alti e bassi. Torey Hayden riesce appieno nel suo intento di non scrivere un libro fine a se stesso. È la risposta a tutte le volte che si è sentita dire "Non è frustrante?", la testimonianza di un mondo generalmente sconosciuto o addirittura quasi ignorato. In mano non ha alcuna soluzione o bacchetta magica, sa che purtroppo dimostrare amore nei confronti di questi bambini non basterà mai, anche se loro sapranno di rimando essere affettuosi ed insegnare molto più di quanto non venga fatto a loro.

Ma è comunque un tributo a tutti quelli che ce l'hanno fatta, una spinta per chi vive questa situazione ed è portato ad arrendersi. Tutti possono essere come Sheila, una bambina piccola che nel suo piccolo è sopravvissuta anche quando tutti la davano per persa.

In una realtà in cui è la crudeltà a fare da padrone, è l'innocenza e il divertimento che sono in grado di contrastarla.

mercoledì 28 gennaio 2015

Recensione: "Alice nel Paese delle Meraviglie"


« Non ho mai dato retta alla vocina nella testa. Ma stavolta... vorrei averlo fatto. »


Provate a pensare alla storia di Alice.

Sarà per la noia, sarà per l'innocente curiosità di bambina; ma un bel giorno, insegue un coniglio e cade nella sua tana. Ecco che da quel momento inizia per lei un'avventura incredibile, attraverso luoghi bizzarri, in compagnia di creature stravaganti. 

C'è chi ricorda la sua storia con nostalgia, con risate e divertimento. Difficilmente si pensa alla paura di una bambina costretta ad allungarsi e rimpicciolirsi, alle lacrime che ha versato, alla pazzia dei personaggi grotteschi che ha conosciuto.

Sono tante le rivisitazioni dei "senza tempo" e Alice non è un personaggio da meno. Basti pensare al lungometraggio della Disney del 1951, o il più recente "Alice in Wonderland" del regista Tim Burton. Diverse interpretazioni di una storia classica e sempre godibile.

Questo fumetto non è da meno: una versione "Dark pop" del romanzo di Lewis Carroll.

L'Alice che si trova qui è diversa da quella del libro e allo stesso tempo molto simile. E' innocente, come tutti i bambini, si fida dei suoi nonni a cui vuole bene. Ma non sa che la sua famiglia nasconde un terribile segreto; proprio questo la porterà a finire nel Paese delle Meraviglie, dove cresce e cerca di sopravvivere. 

Tutti i personaggi più famosi e conosciuti sono lì, pronti a catturarla o a salvarla dal crudele destino a cui è condannata. Nel Paese delle Meraviglie sono tutti pazzi, ma ogni pazzia ha la sua origine e chiunque porta con sé il peso di un difficile passato.

L'horror e lo splatter contribuiscono a trascinare il lettore in un incubo che pare non aver fine, l'atmosfera d'inquietudine viene portata all'estremo. Il tutto accompagnato da disegni graffianti e tendenti all'orrido. Grazie al talento di Raven Gregory e Robert Gill questo classico della letteratura ha un nuovo tributo.

Il Paese delle Meraviglie non è mai stato così interessante e così malvagiamente insidioso.

mercoledì 21 gennaio 2015

Recensione: "Il cadavere e il sofà" di Tony Sandoval


« E tutto era iniziato a causa del biglietto che avevo trovato nel suo sofà… »


Gli incontri migliori sono sempre i più casuali e imprevisti.

L’estate di Polo scorreva silenziosa e solitaria proprio come il suo paese, Esperanza, bloccato nel tempo e in un luogo indefinito. Finché un giorno, come portata dal vento, compare Sophie. Il ragazzo non sa cosa possa spingere una ragazza bella come lei a parlare con uno come lui, trova inspiegabile l'attrazione che giorno dopo giorno si instaura tra i due.  


“Hai mai pensato che i difetti rendano le cose più interessanti?”

Lui è un ragazzo curioso, grande osservatore, con l’unico scopo di stare il più possibile fuori casa ed evitare gli sguardi fissi di chi lo ritiene strambo. Lei veste sempre tinte dark, lenti scure, unghie smaltate di nero. Il suo libro preferito parla di lupi mannari, proprio per questo si definisce "una tipa stramba". Tutto passa in secondo piano, trascorrono il tempo sul divano di Sophie scoprendosi e rivelando la propria vita l’uno all'altra; come sottofondo i 180 canali della sua televisione.

L'estate finalmente prende una piega inaspettata; ma i giorni passano, la partenza di Sophie è imminente e il corpo di Christian è lì, abbandonato in un terreno sotto gli occhi di tutti.

Perché nascosto nel sofà della ragazza c'è un biglietto firmato dall'amico di Polo?

Amore e mistero si intrecciano, i segreti vengono a galla. Tutto alla fine coincide e fa il suo corso, come quel cadavere che continua a putrefarsi.



Tra dialoghi semplici ed essenziali e disegni realizzati con maestria e cura, Sandoval mostra come amore e morte possano andare tragicamente di pari passo e come, nella loro opposizione, rendano la vita a maggior ragione intrigante. Basta soffermarsi sui piccoli particolari, su un rubinetto che perde acqua, sui difetti che rendono le persone più interessanti.




mercoledì 14 gennaio 2015

Tu hai idea del perché un corvo assomigli ad una scrivania?

Respira.

Uno. Due. Tre.

Fai la tua scelta.

Scegliamo cosa mangiare alla mattina, come vestirci. Scegliamo cosa fare durante tutta la giornata. Scegliamo quando è il momento di dormire. Così via, fino al giorno seguente.

Semplice, pulito, lineare.

Poi ci sono quei periodi in cui scegliere diventa più difficile e tutto quello che desidereresti fare è scappare, vorresti che qualcun altro scegliesse al tuo posto. Vorresti non essere costretto a scegliere.
Ogni singola volta è un salto nel vuoto. Il fascino delle lontre sta proprio nel tenersi per mano, quando tutto è buio, senza lasciarsi andare. Così, in un istante, tutto è di nuovo più chiaro. Si arriva a capire che trovare il coraggio di scegliere nel momento peggiore può portare a qualcosa di incredibilmente migliore. Dal quel momento non importa quante altre volte si cadrà, perché si ha la certezza di rialzarsi, in un modo o nell'altro.

Questo blog nasce grazie alle scelte che ho fatto in questi ultimi mesi. È un modo per tornare alle origini, per riscoprire delle passioni che pensavo di aver perso. Un’opportunità di riscattarmi.

Sembrerebbe una follia, ma ogni scelta nel suo piccolo è folle. È quel pizzico di adrenalina che ti porta a ricercare, a fare domande a cui magari non potrai mai rispondere.


Giuro solennemente di inseguire idee, non preoccupazioni.

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